KarateKarate

Orario Corsi

Bambini Ragazzi Adulti
Martedì – Giovedì 17:30 – 18:30 18:30 – 19:30 19:00 – 21:00
Venerdì 19:00 – 20:00

Prezzi

Iscrizione Quota mensile
Bambini (fino a 14 anni)
30 €/anno * 45 €/mese
Adulti/Bambini dalla cintura gialla 50 €/anno * 50 €/mese

* copertura assicurativa inclusa

Istruttori

Giampietro Grosselle, 8° dan (sensei)

Giacomo Santaniello, 2° dan (istruttore)

Andrea Vinciguerra, 2° dan (istruttore)

Biografia

Giampietro GrosselleGiampietro GROSSELLE classe 1948, è C.N. 8° dan Kyoshi, vice presidente e capo degli Istruttori della S.K.I.- Italia, membro della Commissione Tecnica Federale, Arbitro Internazionale. Si avvicina al Karate nel 1968 proveniente dal Judo (Fiamme Oro Roma). Inizialmente sotto la guida del M° Maurizio Di Chiara (Roma) e poi sotto la guida del M° Sumi (Roma e Latina). Consegue la C.N. nel 1972 e nel 1974 il 2° Dan.

Trasferito a Livorno, entra nell’allora F.I.K. dell’Avv. Ceracchini, dove già erano confluiti i vari Parisi, Ottaggio, Falsoni, Panada, Henke ecc.- e, per mancanza in loco di palestre Shotokan, per breve tempo pratica Shotokai col Maestro Campolmi, sotto la direzione giapponese del M° Engami. Non trovando confacente alle sue esigenze questo stile, decide di aprire una palestra a Rosignano per proseguire nella pratica dello Shotokan e si perfeziona facendo settimanalmente la spola Livorno-Roma per allenarsi col M° Sumi (FESIKA) nella palestra CSKS di via Arzelà.

Nel 1977 entra nella S.K.I.-I. e sotto la guida sapiente del M° Miura, arricchisce il suo bagaglio tecnico-agonistico ottenendo prestigiosi risultati sia come atleta che come coach della squadra nazionale (Oro a squadre ai Mondiali di Dusseldorf – Oro a squadre agli Europei di Corck – Argento a squadre ai Mondiali di Tokyo – Argento a squadre ai Mondiali di Yokohama – Bronzo a squadre ai Mondiali di Città del Messico ecc.).

Nel 1979, sempre sotto la guida del M° Miura, apre un nuovo Dojo a Livorno col nome di “ JIKOKU-TEN (Guardiano del Cielo) Shotokan Karate Dojo”, dedicandosi all’insegnamento e allo studio del karate-do tradizionale, senza peraltro trascurare il lato agonistico.Dal Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dopo un corso semestrale articolato in sei ore giornaliere di allenamento, che lo vedeva docente di Karate e allievo nel Judo, Aikido, e Ju Jitsu, gli è stato conferito il diploma di “Istruttore di Arti Marziali e Tecniche Operative Speciali”, autorizzandolo all’insegnamento ai Reparti Speciali della Polizia di Stato.Ha partecipato come atleta e come coach a tutti i campionati mondiali ed europei della S.K.I.F. (Shotokan Karate International Federation).

Attualmente è maestro a Livorno nel dojo Vento D’Oriente.

Disciplina

Karate (空手) è un’arte marziale sviluppata nelle Isole Ryukyu, (oggi Okinawa), in Giappone. Fu sviluppato dai metodi di combattimento indigeni chiamati: te (手 letteralmente: “mano vuota”) e dal kenpō cinese. Prevede la difesa a mani nude, senza l’ausilio di armi, anche se la pratica del Kobudo di Okinawa, che prevede l’ausilio delle armi tradizionali (Bo, Tonfa, Sai, Nunchaku, Kama), è strettamente collegata alla pratica del Karate. Attualmente viene praticato in versione sportiva (privato della sua componente marziale e finalizzata ai risultati competitivi tipici dell’agonismo occidentale) e in versione arte marziale tradizionale per difesa personale. Nel passato era studiato e praticato solo da uomini, ma col passare dei secoli anche le donne si sono avvicinate a questa disciplina.

Il Karate fu sviluppato nel Regno delle Ryūkyū prima della sua annessione al Giappone nel XIX secolo. Fu portato sul continente giapponese durante il periodo degli scambi culturali fra i nipponici e gli abitanti delle Ryukyu. Nel 1922 il Ministero dell’Educazione Giapponese invitò Gichin Funakoshi a Tokyo per una dimostrazione di karate. Nel 1924 l’Università Keio istituì in Giappone il primo club universitario di Karate, e nel 1932 tutte le maggiori università avevano i loro club. In un’epoca di crescente militarismo giapponese, il nome fu modificato da mano cinese (唐手) a mano vuota (空手)– che in entrambi i modi viene pronunciato karate – ad indicare che i nipponici svilupparono una forma di combattimento di stile giapponese. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Okinawa divenne un importante sito militare statunitense, ed il Karate popolare tra i soldati stanziati sulle isole.

Shigeru Egami, capo istruttore del Dojo Shotokan, riteneva che “la maggior parte dei sostenitori del karate nei Paesi oltre mare vedeva questa disciplina solo come una tecnica di combattimento. Film e televisione rappresentavano il karate come un modo “misterioso” di combattere, capace di causare la morte o il ferimento dell’avversario con un singolo colpo. I mass media lo rappresentavano come una pseudo arte lontana dalla realtà.” Shōshin Nagamine disse: “Il Karate può essere considerato come il conflitto in se stessi, o come una maratona lunga tutta la vita che può essere vinta solo attraverso l’autodisciplina, il duro allenamento e i propri sforzi creativi.”

Nato come arte marziale che insegna il combattimento e l’autodifesa, con il tempo il karate si è trasformato in filosofia di vita, in impegno costante di ricerca del proprio equilibrio, in insegnamento a “combattere senza combattere”, a diventare forti modellando il carattere, guadagnando consapevolezza e gusto nella vita, imparando la capacità di sorridere nelle avversità e di lavorare con determinazione e nel rispetto degli altri. Solo quando questo insegnamento verrà compreso appieno, sostengono i suoi estimatori, l’allievo potrà essere veramente libero e realizzato.

Karate – “arte della mano vuota”

Kara significa aperto, spazio vuoto, immagine del vuoto. Te è la rappresentazione di una mano visto di mezzo profilo, ma è anche il fonema di attività, di tecnica e di arte. La parola giapponese kara-te, nel complesso, si compone di vuoto e pugno, non il vuoto in sé, ma in relazione ad un lavoro, ad un’attività, cioè mettersi all’opera per fare il vuoto. Il termine zen ku, che indica il vuoto dell’anima, può essere pronunciato anche “kara”.

Questi concetti suggeriscono che il praticante di karate dovrebbe allenare la propria mente affinché sia sgombra, vuota da pensieri di orgoglio, vanità, paura, desiderio di sopraffazione; dovrebbe aspirare a svuotare il cuore e la mente da tutto ciò che provoca preoccupazioni, non solo durante la pratica marziale, ma anche nella vita. Si può quindi riassumere che il karate è un’arte; una disciplina che si applica a mani nude, di origine giapponese e che rafforza il corpo e lo spirito.

“Come la superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia davanti, così il karateka deve rendere vuota la sua mente da egoismo e debolezze, nello sforzo di reagire adeguatamente a tutto ciò che potrebbe incontrare.” G. Funakoshi

Storicamente ad Okinawa, patria di quest’arte marziale, pur essendo in uso l’accezione karate, più spesso si adoperavano altre parole: te o bushi no te (mano di guerriero).

Nagashige Hanagusuku, maestro di Okinawa, usò il carattere giapponese per “mano vuota” nell’agosto del 1905. Ciò richiama anche il fatto che questa forma di autodifesa non fa necessariamente uso di armi.

La cintura nel karate è un riferimento che indica l’abilità, attestata dal superamento di appositi esami, nella pratica della disciplina di chi la indossa.

Nel 1924, Gichin Funakoshi, fondatore del Karate Shotokan, adottò il sistema dei dan dal fondantore dello judo, Jigoro Kano. Egli usò un sistema di gradi con un set limitato di colori di cintura. Anche gli altri insegnanti di Okinawa adottarono questa pratica. Tuttavia il sistema di gradazione delle cinture può variare a seconda dello stile. Nel sistema kyū/dan i gradi per principianti cominciano con un kyū numerato in maniera crescente,(ad esempio 9 kyū) ed avanza in maniera decrescente fino al kyū di numero più basso. Il dan inizia col 1 dan (Shodan, o “cominciando a dan”) sino a giungere ai dan di grado più elevati. I gradi sono assegnati come una “cintura di colore” o mudansha (“uni senza dan”). I karateka con grado di dan sono assegnati come yudansha (“possessori del rango di dan”). Il yudansha porta tipicamente una cintura nera. I requisiti dei ranghi differiscono fra stili, organizzazioni e scuole. La minima età e il tempo nei gradi sono fattori promozione importanti.

L’esame consiste nel dimostrare le tecniche di fronte ad una commissione di esaminatori. Questa varia da scuola a scuola, ma l’esame può includere tutto ciò che si è imparato fino a quel punto oppure nozioni nuove. La dimostrazione è una domanda per grado nuovo (shinsa) e può includere: kata, bunkai, l’autodifesa, routine, tameshiwari (“rompendo”), e/o kumite (combattimento). L’esame di cintura nera può includere anche una parte scritta.

I colori delle cinture sono sette, corrispondenti a diversi livelli di “kyū” e “dan”.

Livelli di “kyū”:

  • cintura bianca
  • cintura gialla
  • cintura arancione
  • cintura verde
  • cintura blu
  • cintura marrone

Livelli di “dan”:

  • cintura nera

Le classificazioni per i kyū variano da federazione a federazione, ed esistono, presso alcune scuole, ulteriori cinture intermedie (bianca, bianco-gialla, gialla, gialla-arancione, arancione, arancione-verde, verde, verde-blu, blu, blu-marrone, marrone, marrone-nera). Dopo la cintura marrone si passa a cintura nera che rimane tale al raggiungimento di gradi superiori (dan), dal 1º in poi, anche se è possibile trovare federazioni che utilizzano la cintura bianco-rossa per il 6°, 7°, 8° dan e rossa per i 9° e 10° dan. L’ideogramma dan si trova anche nella parola shodan, che significa “principiante”, per dimostrare come l’aver impiegato alcuni anni per diventare cintura nera sia davvero poca cosa in confronto a tutti gli anni di allenamento che aspettano. Generalmente, dopo il 6º dan, il grado viene assegnato solo per meriti speciali e non più in seguito ad esami, anche se il modo in cui vengono rilasciati i più alti gradi dan può variare da federazione a federazione. Per i gradi più elevati non viene valutata solamente la mera capacità tecnica raggiunta ma soprattutto le doti di esperienza, didattica, organizzazione, sviluppo e dedizione a quest’arte marziale.

Bisogna però sottolineare come il formalismo relativo al vestiario e alle cinture iniziò solamente con lo sviluppo di massa del karate e quindi con la sua commercializzazione, soprattutto in occidente. Alle origini, il karate era praticato con i vestiti quotidiani, spesso solamente con la biancheria intima e non esistevano le graduatorie per cinture. Da molti praticanti di karate tradizionale, la cintura è considerata un simbolo di un certo livello di conoscenza e di percorso ma non possiede certo un valore meramente di grado.

In origine la cintura era solo bianca. Con il passare del tempo, a furia di utilizzarla, essa si sporcava e di conseguenza si anneriva. Perciò più una cintura era nera, ovvero sporca, più significava che veniva indossata da molto tempo; ciò significava che uno con la cintura nera praticava il karate da molto e quindi era bravo, mentre uno con la cintura bianca era agli inizi. Da qui ha avuto origine la colorazione delle cinture bianca e nera e in seguito tutte le colorazioni intermedie in ordine cromatico.

(fonte Wikipedia)