Ju JitsuJu Jitsu

Orario Corsi

Bambini Ragazzi (dai 14 ai 18 anni) Adulti
Lunedì – Mercoledì – Venerdì 17:00 – 18:00 18:00 – 19:00 19:00 – 20:00

Prezzi

Iscrizione Bambini/Ragazzi Adulti
35 €/anno * 50 €/mese 50 €/mese

* copertura assicurativa inclusa

Istruttori

Stefano Mancini, 7° dan (sensei)

Biografia

Stefano ManciniLa sua attività sportiva nasce ben presto all’età di 13 anni con il canottaggio: nel ‘77 partecipa ai campionati mondiali di Tampere in Finlandia quale agonista più giovane della nazionale Italiana (ai tempi degli Abbagnale) e nel ‘78 ottiene il titolo di campione italiano juniores e un titolo internazionale in Svizzera (esagonale), ma ben presto si rende conto che non era quella la sua Via… Intraprende anche il percorso nelle Arti Marziali, avvicinandosi prima al karate nell’80 e nello stesso anno al ju-jitsu e anche in questa disciplina emerge subito come campione.

Nell’82 a Milano conquista il titolo italiano di campione di kick-jitsu e nell’83 nella stessa città con arbitro il M° Terry Parker diventa campione internazionale. La svolta decisiva è arrivata negli anni ’80 quando in un corso di aggiornamento di ju jitsu a Liverpool ha incontrato il Maestro Robert Clark, rimanendo colpito dal “metodo innovativo della sua abilità tecnica e dall’energia del suo insegnamento”. Da quel momento mettendosi in discussione, lasciando perdere quello che era sport e quindi agonismo, ha coltivato nel tempo sia la tecnica che la forma mentale in questa Disciplina. Gli insegnamenti del Maestro Clark e il suo esempio hanno fatto maturare in lui l’esigenza di trasmettere ad altri l’enorme bagaglio tecnico acquisito negli anni e quindi di fondare nel 1991 una Scuola Italiana, “è stato veramente naturale diventare un maestro pur continuando ad essere allievo”. Nel ‘93 viene chiamato a rappresentare la WJJF Italia insieme a Riccardo Sanna nel grande evento “La Pasqua del Budo”, un tour attraverso dieci città italiane insieme ai più grandi rappresentanti della WJJF d’Europa del momento: M° Alan Campbell (Inghilterra), M° Mike (Svezia).

Stefano Mancini pensa che l’elemento distintivo del Ju Jitsu sia il fatto che questa disciplina si basi su una filosofia di vita, di semplici regole, come Amicizia e Rispetto reciproci, che tracciano una linea che può essere seguita anche nel quotidiano. A differenza di quello che pensano alcuni, il ju jitsu non insegna o stimola la violenza, ma bensì con la pratica si riesce ad incanalare l’aggressività (componente naturale in ognuno di noi) nella sua parte positiva, rappresentata dall’energia e dal controllo della forza. Con l’allenamento si arriva a non sentire più il bisogno di dimostrare quanto si è forti, inoltre chi si sa difendere è più tranquillo, più sicuro di sé, aumentando quindi l’autostima.
Nel corso di questi anni il M° Mancini è stato chiamato in vari paesi europei a tenere stage ed aggiornamenti tecnici (Svezia, Danimarca, Ungheria, Finlandia, Cecoslovacchia, Francia, Inghilterra, Irlanda, Israele, Islanda, Slovenia, Belgio) ricevendo importanti nomine, direttamente dal Soke Clark come Executive Officer Wjjf, non tralasciando mai il continuo studio della tecnica. Il 7 giugno 2009 infatti ha sostenuto l’esame di 7°dan a Liverpool davanti al suo Maestro Soke Robert Clark.

Oggi porta avanti una grande scuola di Ju Jitsu con istruttori qualificati e con sedi in tutta Italia, prevede una serie di iniziative importanti nel mondo femminile e giovanile attraverso corsi di formazione ed eventi organizzati da un grande Ente come l’AICS, riconosciuto dal Coni.

Disciplina

Il jūjitsu (柔術) è un’arte marziale giapponese il cui nome deriva da jū, o “jiu” secondo una traslitterazione più antica, (“flessibile”, “cedevole”, “morbido”) e jutsu (“arte”, “tecnica”, “pratica”). Veniva talvolta chiamato anche taijutsu (arti del corpo) oppure yawara (sinonimo di jū). Il jūjutsu era praticato dai bushi (guerrieri), che se ne servivano per giungere all’annientamento fisico dei propri avversari, provocandone anche la morte, a mani nude o con armi.

Il jūjutsu è un’arte di difesa personale che basa i suoi principi sulle radici del nome originale giapponese: Hey yo shin kore do, ovvero “Il morbido vince il duro”. In molte arti marziali, oltre all’equilibrio del corpo, conta molto anche la forza di cui si dispone. Nel jujitsu, invece, la forza della quale si necessita proviene proprio dall’avversario. Più si cerca di colpire forte, maggiore sarà la forza che si ritorcerà contro. Il principio, quindi, sta nell’applicare una determinata tecnica proprio nell’ultimo istante dell’attacco subito, con morbidezza e cedevolezza, in modo che l’avversario non si accorga di una difesa e trovi, davanti a sé, il vuoto.

Il jujitsu è un’antica forma di combattimento di origine giapponese di cui si hanno notizie certe solamente a partire dal XVI secolo quando la scuola Takenouchi (竹内流) produsse una codificazione dei propri metodi di combattimento. Ma certo l’origine del jujutsu è molto più antica e la definizione, durante tutto il periodo feudale fino all’editto imperiale del 1876 che proibì il porto delle spade decretando così la scomparsa dei samurai, si attribuiva alle forme di combattimento a mani nude o con armi (armi tradizionali, cioè spada, lancia, bastone, etc.) contro un avversario armato o meno, praticate in una moltitudine di scuole dette Ryū, ognuna con la propria specialità. Bastone, Sai e Nunchaku diventano armi, ma nascendo da semplici attrezzi da lavoro. Il bastone infatti serviva a caricare i secchi, i Sai servivano per la brace, mentre il Nunchaku era un semplice strumento usato per battere il riso. Le armi erano inaccessibili ai civili, e quest’ultimi adattarono nell’uso i pochi strumenti che avevano a disposizione, usandoli appunto per difendersi.

Si distinguevano perciò le scuole dedite all’uso del tachi, la spada tradizionale giapponese, quelle maggiormente orientate alla lotta corpo a corpo, fino alle scuole di nuoto con l’armatura, tiro con l’arco ed equitazione. Quest’ultime costituivano la base dell’addestramento del samurai, espressa dal motto Kyuba No Michi, la via (michi) dell’arco (kyu) e del cavallo (ba), che più tardi muterà nome in bushido. Una caratteristica che accomunava tutte queste scuole era l’assoluta segretezza dei propri metodi e la continua rivalità reciproca, poiché ognuna professava la propria superiorità nei confronti delle altre.

In un paese come il Giappone, la cui storia fu un susseguirsi di continue guerre tra feudatari, il ruolo del guerriero rivestì una particolare importanza nella cultura popolare, e con esso il jūjutsu. La difesa del territorio, la disputa di una contesa, la protezione offerta dal più forte al più debole sono solo alcuni dei fattori che ne hanno permesso lo sviluppo tecnico, dettato dalla necessità di sopravvivenza.

Con l’instaurarsi dello shogunato Tokugawa (1603-1867), il Giappone conobbe un periodo di relativa pace: fu questo il momento di massimo sviluppo del jūjutsu, poiché, privi della necessità di combattere e quindi di mantenere la segretezza, fu possibile per i vari Ryū organizzarsi e classificare i propri metodi. Anche la gente comune comincia a interessarsi e a praticare il jūjutsu poiché la pratica portava un arricchimento interiore dell’individuo, data la relazione intercorrente con i riti di meditazione propri del buddismo zen. Ma la cultura guerriera era talmente radicata nella vita dei Giapponesi da spingere i samurai a combattere anche quando non ve n’era l’effettiva necessità. Ciò portava a volte all’organizzazione di vere e proprie sfide chiamate Dōjō Arashi (tempesta sul dōjō), in cui i migliori guerrieri si confrontavano in modo spesso cruento.

La caduta dell’ultimo shōgun e il conseguente restauro del potere imperiale causarono grandi sconvolgimenti nella vita del popolo: i giapponesi, che fino a quel momento avevano vissuto in completo isolamento dal resto del mondo, ora si volgevano avidamente verso la cultura occidentale che li stava “invadendo”. Ciò provocò un rigetto da parte del popolo per tutto ciò che apparteneva al passato ivi compreso il jūjutsu. La diffusione delle armi da fuoco fece il resto: il declino del jūjutsu era in atto.

Il nuovo corso vide la scomparsa della classe sociale dei samurai, che avevano dominato il Giappone per quasi mille anni e il jujitsu da nobile che era scomparve insieme ad essi; i numerosi dōjō allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi ed i pochi rimasti erano frequentati da gente dedita a combattere per denaro, persone rozze e spesso coinvolte in crimini. Questo aspetto in particolare influenzò negativamente il giudizio del popolo nei confronti del jūjutsu poiché vedeva in esso uno strumento di sopraffazione e violenza.

Durante il periodo storico chiamato Restaurazione Meiji, si affermò grandemente in giappone il nuovo jujutsu ideato da Jigoro Kano con il nome di Jūdō kodokan, che si proponeva come metodo educativo, insegnato nelle scuole come educazione fisica ed inserito nei programmi di addestramento della polizia giapponese. Si deve infatti ricordare come durante l’era Meiji, il Giappone formò forze armate statali al servizio dell’Imperatore basate sul modello occidentale, ma con caratteristiche autoctone. Nel secondo dopoguerra però, a causa della proibizione generale del generale MacArthur rispetto alla pratica delle arti marziali tradizionali prima, e poi dell’evoluzione sportiva subita dal Jūdō quando poté essere di nuovo praticato (a partire dal 1950), si riaffermò il Jujutsu come tecnica di difesa personale, accanto all’Aikido di Morihei Ueshiba.

Il jūjutsu si diffuse nel resto del mondo grazie a quanti, viaggiando per il Giappone (principalmente commercianti e militari) a partire dall’era Meiji, lo appresero reimportandolo nel paese d’origine.

Oggi è praticato in numerosi paesi del mondo, con organizzazioni anche di carattere internazionale. In Italia la FIJLKAM Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali, possiede al suo interno un settore dedicato, sebbene esistano organizzazioni di carattere privato o promozionale (AICS, ACSI, UISP, AIJJ, ecc.) in cui il jūjutsu è ben sviluppato. Particolare rilievo assume l’Associazione Italiana Ju-Jitsu e Discipline Affini (AIJJ & DA), in quanto unica federazione sportiva italiana di Ju-Jitsu, internazionalmente riconosciuta dalla federazione sportiva JJIF (Ju-Jitsu International Federation), a sua volta riconosciuta dal GAISF (General Association of International Sports Federations) [1] e dal IWGA (International World Games Association).

Nel mondo esistono molte Scuole e Federazioni che praticano Ju Jitsu; proprio per questo il governo giapponese ha da tempo istituito un Ente, il Dai Nippon Butokukai (Sala delle virtù marziali del grande Giappone), con la funzione di salvaguardare le arti marziali Tradizionali Giapponesi dal “possibile attacco sferrato dalla modernità e dall’avidità umana”. Questo Ente certifica l’effettivo collegamento tra il passato e il presente di una Scuola tradizionale, conservandone documenti e quant’altro risulti utile a certificarne l’autenticità.

(fonte Wikipedia)